“Te la ricordi la bomba dell’Uomo qualunque?” Questa domanda, spesso pronunciata in dialetto ruvese, l’ho sentita rivolgere varie volte nelle conversazioni tra quanti avessero una qualche memoria di uno dei pochi fatti di sangue ascrivibili alla breve esperienza del Fronte dell’Uomo Qualunque nel secondo dopoguerra.
Si tratta di un episodio di violenza politica accaduto a Ruvo di Puglia il 14 marzo 1946. Il contesto era quello della campagna elettorale per le prime elezioni comunali libere dopo la caduta del fascismo. Alcuni militanti qualunquisti reagirono alle contestazioni contro un loro comizio, scagliando sulla folla una bomba a mano. L’epilogo fu tragico. La deflagrazione provocò trentasei feriti e tre morti, i contadini Domenico Caldarola (51 anni), Michele Fusaro (42 anni) e Giuseppe Lovino (38 anni). La strage innescò una spirale di violenza con la reazione dei militanti di sinistra che proseguì per svariate ore abbattendosi su chiunque fosse considerato un esponente qualunquista o un ex fascista.
Esposti così, in breve, i fatti del 14 marzo sembrano quasi una violenta zuffa tra tendenze politiche opposte. In realtà, le fonti d’archivio consultate nel corso della ricerca hanno restituito un contesto molto più complesso e articolato che si collega, nella sostanza, al tema della gestione dell’ordine pubblico nella transizione dal fascismo alla democrazia in Terra di Bari e in particolare nei centri bracciantili del nord-barese, come Ruvo, attraversati da una forte ripresa delle lotte contadine. Insomma, una strage che si colloca in una società rurale in pieno mutamento, dove gli antichi rapporti di potere appaiono rovesciati e dove le forze politiche legate al movimento contadino devono fare i conti per la prima volta con la gestione della cosa pubblica e con l’esercizio della democrazia.
In questa storia emergono due protagonisti. Da un lato, la figura autorevole di Giuseppe Gramegna, commissario prefettizio (1943-1944) e sindaco di Ruvo, prima in rappresentanza del CLN (1944-1946) e poi del PCI (1946-1953), nonché senatore comunista (1948-1968). Il suo ruolo è rilevante non solo perché la comparsa del Fronte dell’Uomo Qualunque diviene fonte di tensioni e pone diverse questioni di ordine pubblico, ma anche perché, in quanto dirigente del PCI ruvese e provinciale, Gramegna deve dedicarsi a un’opera di costante persuasione e moderazione dei militanti comunisti, abituati a forme di lotta rivoluzionarie e spontaneistiche non più adeguate all’Italia sopravvissuta al fascismo e al “partito nuovo” concepito da Palmiro Togliatti.
Gli altri protagonisti della vicenda sono i qualunquisti e tutto quello che essi rappresentano per le classi medie e gli ambienti conservatori e reazionari dell’Italia meridionale, a partire dall’impiego di una precoce retorica anti-partitica e anti-antifascista in uno scenario segnato dalla crisi e dalla disgregazione del blocco agrario e dalle strane connivenze con le forze di occupazione alleata.
Le testimonianze orali che ho avuto modo di ascoltare in merito a tale evento sono state sempre molto confuse e sfumate. Probabilmente le dinamiche di quei fatti risultavano poco chiare perfino a chi quella strage l’aveva vista o sentita raccontare. Oppure, quella memoria era condizionata dall’età dei testimoni, fin troppo giovani per comprendere il contesto in cui essa avvenne.
A tal proposito, una vera e propria miniera di informazioni è rappresentata dal materiale preparatorio della tesi di laurea di Palma Maggialetti, discussa presso l’Università di Bari nel 1986 con relatore Franco De Felice1. Questo si compone non solo di appunti manoscritti e dattiloscritti, ma soprattutto di numerose audiocassette nelle quali sono incise le testimonianze orali di braccianti, proprietari terrieri e dirigenti politici testimoni delle principali lotte contadine avvenute a Ruvo tra gli anni Venti e il secondo dopoguerra.
Queste fonti, insieme alla tesi redatta da Maggialetti, sono state fondamentali per dare maggiore profondità alla ricostruzione di una storia a cui sempre ho guardato con enorme curiosità.
Nel contributo riprodotto in basso è possibile leggere i risultati della ricerca relativa alla strage del 14 marzo 1946, già presentata a Lecce nel maggio 2025 nel corso del convegno “Ordine pubblico e controllo del territorio nel Mezzogiorno d’Italia tra primo e secondo dopoguerra” e pubblicato nel volume omonimo che ne contiene gli atti. Una sintesi del contributo è anche apparsa sul numero di aprile 2026 de “il Rubastino”.
C’è ancora un pezzo che manca alla ricostruzione di questa storia, ovvero il processo che seguì alla strage, la cui sentenza di primo grado giunse nel 1949 con la condanna del solo Giulio La Fortezza per il reato di strage, poi amnistiato nel 1960. Le testimonianze orali hanno spesso descritto La Fortezza come uno sprovveduto, coinvolto in una vicenda più grande di lui. Oggi sarebbe interessante recuperare gli atti di quel processo e ricostruire il dibattimento e il contesto politico in cui esso si svolse. Ma questa, è un’altra (parte della) storia, da approfondire, magari, in futuro.
Nel frattempo, buona lettura.
- Palma Maggialetti, Lotte bracciantili a Ruvo di Puglia 1944-1956: una ricerca con le fonti orali, tesi di laurea, Bari, Università degli Studi di Bari, 1986. ↩︎

